Serena Williams: la potenza di non arrendersi mai

Serena Williams in campo durante il torneo di Eastbourne 2011

Ci sono storie che ti restano addosso. Quella di Serena Williams, per me, è una di queste — e oggi ho voglia di raccontarvela come la racconterei a voi, seduti allo stesso tavolo.

Ventitré titoli del Grande Slam. Il record dell’era Open, un numero che nessun’altra ha mai davvero avvicinato. Ma se mi fermo qui, vi ho raccontato la parte meno importante. Perché Serena, prima ancora di poter vincere, ha dovuto costruirsi da sola il posto in cui le era permesso farlo.

Da Compton, non da un country club

Serena nasce nel 1981 e cresce a Compton, in California. Negli anni ’80 e ’90 quel nome, per l’America, voleva dire una cosa sola: periferia dura, poche possibilità. Non certo tennis. Eppure è lì, sui campi pubblici pieni di crepe, che suo padre Richard decide che le sue due figlie più piccole, Venus e Serena, diventeranno campionesse di uno sport bianco e ricco, giocato dietro cancelli che a loro non si aprivano.

Lo mette pure per iscritto, anno per anno, quando ancora nessuno le prendeva sul serio. E quella periferia, racconta Serena, è stata la sua vera palestra: le ha insegnato che non avrebbe mai giocato solo contro chi stava dall’altra parte della rete, ma contro un mondo intero. E che si poteva vincere lo stesso.

Venus e Serena Williams si danno il cinque in campo
Venus e Serena in doppio agli US Open 2022. Foto: All-Pro Reels / CC BY-SA 2.0

Il giorno che mi fa ancora rabbia

Indian Wells, 2001. Venus si ritira per infortunio poco prima della semifinale tra le due sorelle, e il pubblico non ci crede: grida alla combine, fischia. Il giorno dopo tocca a Serena — diciannove anni, sola in mezzo al campo, in finale, con papà e sorella sugli spalti insultati insieme a lei. Fischi e frasi razziste per tutta la partita.

Lei quella finale la vince lo stesso. Poi però non torna a Indian Wells per quattordici anni. Ci rimette piede solo nel 2015, con una lettera in prima persona su Time in cui sceglie di perdonare senza dimenticare. Ecco: nessuno dei suoi Slam è arrivato in un ambiente tranquillo. Tanti li ha strappati nonostante l’ambiente.

Primo piano di Serena Williams a una conferenza stampa
Serena Williams a Doha, 2013. Foto: Doha Stadium Plus Qatar / CC BY 2.0

La partita più dura, fuori dal campo

Serena ha continuato a vincere ben oltre i trent’anni, quando i giornali avevano già scritto la parola fine. Ha vinto l’Australian Open 2017 mentre era incinta — sì, avete letto bene.

Poi, pochi giorni dopo la nascita della figlia Alexis Olympia, un’embolia polmonare la porta a un passo dalla morte. E qui c’è il dettaglio che fa più male: ha dovuto insistere lei con i medici, che all’inizio non le credevano, per ottenere gli esami che le hanno salvato la vita. Da quel letto d’ospedale ha cominciato a parlare, ovunque, di quante donne nere negli Stati Uniti muoiono di parto. Ha trasformato la paura in una battaglia.

Come si esce di scena a testa alta

Nel 2022 Serena lascia il tennis con un pezzo su Vogue in cui rifiuta la parola «ritiro» e sceglie «evoluzione»: da atleta a imprenditrice, madre, voce pubblica. A modo suo, come sempre — decidendo lei come si racconta la sua storia. Nel frattempo aveva già costruito altro: Serena Ventures, il suo fondo che investe soprattutto su imprenditrici donne e founder delle minoranze, di solito ignorati dal denaro.

Serena Williams in azione durante gli US Open 2022
Serena Williams agli US Open 2022, il suo ultimo torneo. Foto: All-Pro Reels / CC BY-SA 2.0

Io, da Serena, mi porto a casa una cosa sola, e la lascio a voi. Le barriere non aspettano il permesso per cadere. Ma se le affronti nel modo giusto, smettono di essere un muro e diventano il punto da cui parti.

Foto di apertura: Serena Williams a Eastbourne, 2011 — James Boyes, Wikimedia Commons, licenza CC BY 2.0.

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