La solitudine dell’allenatore: ciò che non si vede, ma si sente

- Oggi è una di quelle sere in cui torno a casa e sento il peso del silenzio. Non quello esterno, ma quello dentro. Quello che arriva dopo un allenamento intenso, dopo mille pensieri, dopo aver cercato di dare il meglio… e chiedermi se è bastato.
- Essere un allenatore è strano. Se lo racconti, sembra semplice: alleni, dai indicazioni, correggi. Ma la verità è che vivi emozioni che non puoi sempre condividere. Ti porti dentro le tensioni del gruppo, le aspettative, le critiche, i dubbi. E spesso sei solo. Anche se sei circondato da persone.

- Oggi, mentre parlavo alla squadra, mi sono accorto di quanto sia sottile il confine tra guida e solitudine. Tutti ti guardano, tutti aspettano da te una risposta. Ma chi guarda dentro di te?
Mi sono sentito orgoglioso quando ho visto uno dei ragazzi superare un limite. Mi sono emozionato. E poi, poco dopo, ho sentito la frustrazione di non riuscire a far passare un concetto. È così, ogni giorno: un’altalena emotiva.
La mia missione non è vincere. È far crescere. Far sì che chi alleno diventi una persona più consapevole, più forte, più vera. Se poi arrivano anche le vittorie, benissimo. Ma il vero successo è vedere un atleta che, grazie al percorso fatto insieme, cambia. Migliora. Si scopre.
Mi rendo conto che devo aggiornarmi continuamente. Non posso restare fermo. Lo sport cambia, le persone cambiano. E io devo cambiare con loro. Mettermi in discussione, accettare di non avere sempre ragione. È dura, ma è necessario.
La solitudine dell’allenatore non è una condanna. È uno spazio sacro. È lì che rifletto, che cresco, che mi preparo. È lì che capisco chi sono.
Il mio linguaggio deve essere chiaro, rispettoso, motivante. Non devo imporre, devo guidare. Non devo giudicare, devo comprendere. Non devo umiliare, devo far crescere.

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Se un giorno uno dei miei ragazzi dirà: “Con lui sono diventato migliore”… allora sì, avrò fatto il mio lavoro.
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